Namibia: Himba, il giovane popolo minacciato dalla diga

Il sole è già alto, ma non ancora tanto da cancellare del tutto le ombre all'interno del recinto di rami secchi e sterpi che protegge il minuscolo villaggio. Dappertutto c'è grande animazione: le donne, aiutate dai ragazzi più grandi, allontanano i vitelli dalle mammelle delle vacche. Anche i bambini che sanno appena camminare provano a dare il loro contributo minacciando con un rametto brandito a mo' di bastone i vitelli che protestano muggendo per la poppata troncata. Un uomo più anziano degli altri, fermo in piedi, lancia ordini a voce alta. A poco a poco i vitelli vengono rinchiusi nel recinto interno mentre le donne legano con una corda le zampe posteriori delle mucche. I muggiti si diradano. Le donne si siedono per terra e cominciano a mungere il latte dentro secchi di legno. Dopo aver dato gli ultimi ordini, anche il capo si siede per terra vicino al fuoco sacro e si riposa.

Una donna si alza, prende i due recipienti che ha riempito e li porta al capo, il quale vi immerge il palmo della mano e ne beve un sorso da ciascuno. Poi si avvicina una donna giovane, poco più di una ragazza, e bellissima. Anche lei porta due secchi colmi di latte. È l'avvio di una processione: una dopo l'altra tutte le donne giovani e meno giovani, gli uomini, i ragazzi, persino qualche bambino che solleva goffamente un secchio grande quasi quanto lui, si avvicinano e porgono il latte appena munto al capo. All'inizio lui ne beve un poco da ciascuno, poi si limita a bagnarvi le dita e accostarle alle labbra. Solo dopo il latte può essere consumato dagli altri.

Siamo ospiti di un gruppo di Himba. Qui, come in tutti gli altri kraal di questi pastori della Namibia nord-occidentale, il rito della mungitura si ripete uguale a se stesso ogni mattina, come l'alzabandiera in un accampamento militare. E, proprio come l'alzabandiera, è uno dei momenti fondamentali della giornata e serve a mantenere la disciplina e la coesione del gruppo. Una volta riconfermata la fedeltà al capo tutti possono dedicarsi alle loro mansioni di sempre. Gli uomini portano al pascolo le vacche. I ragazzi più grandi si prendono cura dei vitelli e delle capre, che sono tenute in un recinto separato, una specie di appendice al villaggio. Le giovani mamme fanno giocare i bambini più piccoli; lo stesso fanno le donne più anziane. Le altre intrecciano cesti, pestano nei mortai il mais o la terra rossa che serve per l'impasto di cui si coprono con cura il corpo e i capelli; qualcuna si dedica alla concia delle pelli, altre ancora si acconciano i capelli a vicenda o lavorano i complicati ornamenti che sfoggiano con orgoglio.

La mattina scorre tranquilla così, come sempre. Più tardi, nel primo pomeriggio, il villaggio si svuota. Tutti quelli che non sono fuori con le mandrie si trasferiscono sul greto di un piccolo fiume nelle vicinanze. Anche se siamo nel mese di settembre, al culmine della stagione secca, e nel fiume non c'è acqua, il terreno conserva una certa umidità che lo rende più fresco e restandoci seduti si sopporta meglio il caldo delle ore centrali della giornata. Là ci sono anche alberi che offrono qualcosa che assomiglia a un po' di ombra. Ma soprattutto, là al torrente si può avere un po' di tregua dalla polvere impalpabile che aleggia perennemente fra le capanne del villaggio. Come tutti i kraal himba, anche in quello che stiamo visitando il terreno sabbioso è ricoperto di uno spesso strato di sterco di vacca secco. Gli zoccoli degli animali che lo calpestano di continuo lo triturano e lo riducono in polvere leggerissima. Il più leggero alito di vento ne solleva grandi nuvole; la sollevano i bambini che giocano rincorrendosi come tutti i bambini del mondo; la solleviamo noi che ci muoviamo con inutile cautela. Non c'è scampo, la polvere è dappertutto: si deposita sugli obiettivi delle macchine fotografiche, entra negli occhi. A lungo andare, penetrando nei polmoni, provoca la malattia più frequente fra gli Himba: la tosse da sterco di vacca.

Nei primi momenti della nostra permanenza, la consapevolezza di calpestare, toccare e respirare sterco non ci permette di rilassarci. Ma ci abituiamo presto: dopotutto non è altro che fieno. Certo non si può dire che in sé un villaggio himba sia uno dei luoghi più gradevoli che abbiamo visitato: fra l'altro raramente abbiamo visto una simile concentrazione di mosche. Ma a compensazione di tutti i disagi ci sono loro: gli Himba, uno dei popoli più cordiali, pacifici e sereni che sia dato trovare sulla terra. La loro vita, scandita da ritmi lenti, è pastorale nel senso più pieno del termine.

In quella stessa giornata di cui abbiamo descritto il rito della mungitura, nel corso del pomeriggio sul letto del torrente abbiamo visto alcune donne appendere zucche riempite di latte al ramo di un albero per fare il burro facendole oscillare avanti e indietro per mezzo di cinghie di cuoio; e mentre svolgevano questo lavoro cantavano come nella più convenzionale delle fantasie georgiche. Ancora più tardi, quando la calura cominciava a stemperarsi nella luce rossa del tramonto, abbiamo visto gruppi di ragazze danzare in cerchio accompagnate dalla musica degli strumenti suonati dai giovani maschi. E fra un'occupazione e un divertimento, tutti si affaccendavano intorno ai bambini per coccolarli, farli divertire e, ogni tanto, sedare le inevitabili zuffe. Assistendo per qualche giorno a scene come queste è difficile resistere alla tentazione di rinverdire il mito settecentesco del «buon selvaggio».

Eppure basta una minima conoscenza della realtà storica per sorridere di fronte alla retorica degli opuscoli turistici che parlano degli Himba come di una delle ultime popolazioni «primitive» o, come si usa pi� spesso dire in tempi di linguaggio politically correct, «intatte» del continente africano. Se mai fosse esistita una popolazione che si potesse definire intatta come una torta non ancora mangiata da nessuno, non sarebbero certo gli Himba a meritare questo appellativo. Perché in realtà si tratta di uno dei gruppi etnici più recenti del mondo.

La nascita degli Himba risale alla seconda metà del XIX secolo, intorno al 1870, per la precisione. In quel periodo le tribù Nama cominciarono ad attaccare sistematicamente i pastori Herero che abitavano le aride steppe del Kaokoland. Per sfuggire a queste razzie, un gruppo di Herero fu costretto ad attraversare il fiume Kunene e riparare in Angola, chiedendo cibo e pascoli alla tribù boscimane degli Ngambwe e guadagnandosi così il nome di ovaHimba, «il popolo che mendica». Solo nel 1920, sotto la guida di un capo chiamato Vita («Guerra»), gli Himba riuscirono a riattraversare il Kunene e tornare ai loro pascoli. Nei decenni passati in esilio, il loro destino si era definitivamente separato da quello degli altri Herero, i quali erano entrati in contatto con i colonizzatori tedeschi, e ne avevano mutuato alcune usanze: a partire dall'agricoltura sedentaria per arrivare all'abbigliamento. Oggi, vedendo una imponente matrona Herero con il suo ampio vestito da contadina tedesca di fine Ottocento, confezionato con grandi quantità di stoffa colorata, completo di grande copricapo e magari aggiornato con l'aggiunta di un paio di occhiali da sole o di un vistoso orologio da polso, e confrontandola con una snella himba che indossa solo il perizoma e gli ornamenti tradizionali, risulta difficile credere che appartengano allo stesso popolo.

Il loro ridotto abbigliamento e le capanne di fango e sterco non devono trarre in inganno: gli Himba non sono affatto selvaggi che vivono la loro vita primordiale ignari della civiltà tecnologica. Fra loro ci sono anche gruppi che possiedono un camion, usato per trasportare il bestiame quando la siccità impone spostamenti più ampi del normale, o per portare i malati negli ospedali di città nei casi in cui le cerimonie sciamaniche accanto al fuoco sacro si dimostrano inefficaci. Conoscono perfettamente l'esistenza degli avvocati e dei media, e quando necessario li usano, come recentemente alcuni capi sono stati costretti a fare, anche convocando conferenze stampa.

Perché, a dispetto del loro nome, gli Himba di oggi non chiedono altro che di essere lasciati in pace e di poter continuare a vivere la loro vita di pastori nomadi, dedicando molto più tempo a coltivare le relazioni sociali che ad accumulare ricchezze. Ma corrono seriamente il pericolo di scomparire.

Il governo namibiano sta progettando la costruzione di una enorme diga sul fiume Kunene. È uno di quei progetti faraonici che piacciono molto ai governi delle giovani repubbliche in cerca di prestigio, anche se i consulenti chiamati a condurre lo studio di fattibilità hanno sollevato diversi dubbi sul disastroso impatto ambientale dell'opera. Che, fra l'altro, priverebbe gran parte degli Himba dei loro pascoli e allagherebbe le loro tombe ancestrali. Poi c'è il problema dell'Aids. Gli Himba finora sono stati relativamente al riparo dall'epidemia che decima la popolazione africana. Ma per la costruzione della diga arriverebbero nel Kaokoland quattro o cinquemila operai (cioé quasi uno ogni due Himba) con le inevitabili conseguenze sulla diffusione della malattia.

Della diga di Epupa si parla dal già dal 1996 e per molti anni anni le proteste degli Himba non hanno avuto ascolto. Anche perché negli ambienti governativi la distruzione della loro cultura è vista più come un beneficio secondario del progetto che come un problema. In una intervista alla Bbc, il ministro Hidipo Hamutenya disse che gli Himba dovrebbero abbandonare le loro usanze e «imparare a indossare camicie e cravatte e giacche come me e tutti gli altri», mentre un sottosegretario ha accusato senza mezzi termini gli antropologi europei che difendono gli Himba di volerli mantenere allo «allo stato di bestie» per soddisfare la loro curiosità.

Paradossalmente, negli anni scorsi gli Himba sono stati salvati da una guerra: la guerra civile che, praticamente ignorata dai media occidentali ha tormentato l'Angola per decenni. Dato che il Kunene (o Cunene) segna il confine fra Namibia e Angola, la realizzazione della diga richiede necessariamente la partecipazione del governo angolano. Il quale però aveva problemi ben più impellenti da risolvere, così la fase esecutiva del progetto era stata rimandata a tempi migliori. Da un paio d'anni la situazione politica si sta lentamente normalizzando e la diga di Epupa è tornata d'attualità. Nel frattempo però l'Unione Europea ha incluso gli Himba in un progetto di sviluppo sostenibile fondato sul turismo. Forse ora potrebbero essere gli euro dei turisti a convicere il governo namibiano a lasciar vivere in pace gli Himba. Il costante contatto con gli stranieri finirà inevitabilmente per modificare un poco le loro abitudini. Ma almeno non farà di loro dei disperati ammassati in una bidonville a curarsi l'Aids con alcol scadente.